Franco Scodazzo

Ciao.

Questa fu la sua ultima parola prima di lasciarla alla stazione dei bus. Lei era in cinta al terzo mese e lui rientrava in Italia per sistemare i documenti del matrimonio che si sarebbe celebrato all’estero.

Lei aveva un cappello di lana a coprire la testa e le orecchie dal freddo pungente, le sue guance erano rosse ma le sue labbra serrate ed esangui.

Accanto a lei suo padre che al tempo riponeva grande fiducia nel futuro genero. Era un militare, pilota di caccia, e quel ragazzo che aveva fatto una scuola militare dava tanta sicurezza.

Lui era studente di medicina come lei nelle rispettive nazioni, ciò nonostante avevano fatto un pasticcio a cui bisognava porre rimedio.

Quel piccolo miracolo era già visibile all’ecografia e c’era poco tempo da perdere per congiungersi in matrimonio.

Una volta tornato nella sua città natale era riuscito a procurarsi una vecchia,  ruggente station wagon a quattro ruote motrici. Con lei avrebbe affrontato ghiaccio e tormente di neve. In fondo bastava fare un po’ di pratica sulle strade innevate per affrontarle con qualsiasi automobile ma lui trovò un’occasione e cercò di non farsela sfuggire.

Primo contatto.

Il loro amore iniziò fra uno scambio di sguardi, lui era segretario in un laboratorio di genetica umana e lei una studentessa in un programma di scambio studenti che sarebbe durato un mese. Lui invece era alla prima esperienza lavorativa come dipendente, di genetica sapeva poco o nulla all’inizio ma in breve tempo imparò ad allineare cromosomi per realizzare un cariotipo. Si guardava bene dallo svolgere quel noioso lavoro di ritaglio di fotografie ed allineamento dei piccoli cromosomi ricavati dai leucociti, preferiva picchiettare sulla tastiera per inserire nell’archivio tutti i dati presenti in forma cartacea. Lei arrivò quando lui stava per concludere sei mesi di contratto in cui aveva trascurato tutti gli esami e le frequenze a lezione. Era una ragazza d’altezza nella media, bionda e con gli occhi azzurri. L’occasione d’incontro fu quando fu chiamato a comunicare con lei in lingua inglese per porre limite alla confusione che creava nella realizzazione di gel elettroforetici.

“STOP!” la rese immobile ma fu una parola che bloccò quella ansia nel realizzare l’esperimento,

Aveva portato in Italia, nascoste in una busta di cotone cosmetico, delle provette di DNA della famiglia con la mutazione genetica da analizzare, gli raccontò dopo tanti mesi.

Lui invece in una relazione morta con l’aborto fatto dalla sua ragazza di allora restò affascinato e le propose un weekend nella Capitale.

Il viaggio.

Lui tornò nella sua città per preparare un abbozzo di valigia con abiti eleganti, la trovò il mattino dopo alla stazione dei bus ad aspettarlo accovacciata per terra, seduta sotto la calura estiva.

La macchina non aveva aria condizionata ma con i finestrini e il tettuccio aperto si sarebbe viaggiato freschi e sereni per i cinquecento chilometri alla volta di Roma. Lui aveva al seguito una piccola valigia e la borsa della sua inseparabile reflex. Per le prime tre ore si limitò a guidare e cambiare audiocassette. Lei colse l’occasione per chiudere gli occhi e dormicchiare. Arrivati a Roma fu facile trovare posto per la piccola Volkswagen Polo. Lui mancava da anni e poi chi può dire di conoscere a perfezione le strade del centro? Dopo poco si trovarono di fronte la fontana di Trevi, gremita di gente. Gettarono dei soldini e si fecero delle foto. Passarono il resto del giorno a girovagare fino a trovare un ristorante che gli preparò le fettuccine al triplo burro e Parmigiano, un delicato vino bianco fu servito e apprezzato. L’effetto dell’alcol e la mancanza di memoria fece si che fu faticoso ritrovare la via in cui lui aveva parcheggiato. Una volta riusciti lui si diresse al bilocale che il fratello aveva utilizzato durante il suo servizio come ufficiale di complemento, chiese sfacciatamente la chiave ad una vicina e alloggiarono durante la notte oramai sazi e sfiniti.

La mattina seguente con le poche cose trovate nella dispensa e nel frigo lui le preparò una colazione. Aveva fretta di lasciare l’alloggio e restituire la chiave. Il padre di lui faceva l’avvocato in quella città e sarebbe potuto capitare da un momento all’altro.

Si diressero con l’auto a Napoli e trascorsero poche ore a visitare quella meravigliosa città. Lui però decise di recarsi alle pendici del vulcano Vesuvio, solo chiedendo a passanti e ad altri guidatori ci riuscì.

Lasciarono la macchina fino al punto più alto disponibile all’accesso dei mezzi a motore e cominciarono a salire a piedi fino in cima.

Il panorama toglieva il fiato quasi quanto il terrore di vedere la terra fumante del cratere. Lei faceva fatica a salire e lui magro ma un solo fascio di muscoli la cinse con le braccia e camminarono insieme lungo la salita. Era oramai ora di tornare a Bari e si fermarono lungo la strada per un menù da McDonald’s.

Rientro.

Tornare al laboratorio di lunedì fu meno noioso. Quella ragazza dagli occhi intelligenti e dalle gambe tornite era puntuale per completare i suoi esperimenti.

Come fare a raccontare il viaggio alla sua ragazza tormentò per qualche minuto la mente di lui fino alla ripresa della routine, rispondere al telefono, fare le fotocopie in biblioteca degli articoli che la sua adorata professoressa doveva studiare. C’era Francesco, un biologo, a cui chiedere consiglio. Forse era meglio Nicoletta, una ragazza alta e mora, prototipo della bellezza mediterranea a cui in passato aveva chiesto molti consigli. Quest’ultima già sapeva del weekend e ci scherzò su definendolo un viaggio di nozze.

Continuarono ad uscire insieme ma solo a Bari, andarono insieme all’IperCoop per comprare qualche cosuccia.

Alla fine della settimana lui si offrì di ospitarla nello spoglio monolocale seminterrato nel centro di Bari. Lei ne fu felice e ricambiò con un sorriso e una luce splendente nello sguardo.

Il primo giorno colse l’occasione per lavare e stendere dappertutto ad asciugare la sua biancheria intima. Lei guardava il calendario e calcolava i giorni che le rimanevano prima di prendere l’aereo per Bratislava.

Telefonate.

Una volta rientrata rimasero in contatto con il telefono e le email. Lui aveva concluso i sei mesi di contratto e aspettava il bonifico.

Un giorno d’estate rientrando dalla spiaggia decise di intraprendere un viaggio fino a Vienna e poi di raggiungerla. Aveva entusiasmo, un passaporto ed un’auto affidabile.

Sempre con la borsa della sua fotocamera nel bagagliaio iniziò il primo di uno dei successivi viaggi per raggiungere la sua amata testolina bionda. Comunicò la notizia ai suoi genitori ma loro decisero di lasciarlo proseguire da solo e far rientro più o meno nel mezzo della Penisola. Il padre era un signore autorevole e burbero ma capace di slanci d’entusiasmo. La madre una donna pratica ma con il debole per i bei capi d’abbigliamento e le pellicce.

Non gli pesò lasciarli, era fissato verso la sua meta e niente lo avrebbe distolto dal raggiungerla.

Monete.

Trovare il su indirizzo di casa fu facile, era a pochi isolati dal centro. Prima di suonare alla sua porta fece a cambio dei soldi italiani con le monete locali. Aveva il suo numero nel portafoglio anche se lo conosceva a memoria oramai.

Suonò al campanello dell’appartamento al primo piano e lei lo accolse con un sorriso luminoso. Lui noto che aveva dei puntini rossi sulla fronte. Era sua abitudine fare leva con due dita su minuscoli punti bianchi quando era sotto stress. Con lei andarono in un albergo di un paese vicino dove fecero la doccia insieme ridendo.

Le giornate seguenti le passarono visitando musei e chiese della capitale della Slovacchia.

Quando i suoi genitori andarono in vacanza lui si trasferì a casa sua. Per lavori periodici all’impianto centralizzato cittadino non usciva acqua calda dai rubinetti e scaldavano con grosse pentole il necessario per riempire la vasca.

La felicità.

Dopo solo pochi mesi di lavoro era disteso sul suo letto nudo dopo l’amplesso. Provò una inconsueta sensazione di felicità. Un sordo dolore al testicolo sinistro aveva funestato l’ultimo mese e lì era sparito del tutto.

I suoi genitori avevano saputo dai vicini del ragazzo italiano e ci avevano invitati in montagna.

Nato e vissuto in una città dai due mari avevo la passione per la montagna e i suoi frutti di bosco, funghi, lunghe passeggiate, boschi profumati e frescura.

Conoscere i miei futuri suoceri fu piacevoli, non troppo vecchi e simpatici nonostante parlassero solo la loro lingua, il tedesco e il russo.

Mappe.

In un fodero della valigia avevo con me le mappe in seta del posto. Una lama lunga ed affilata oltre alla pellicola all’infrarosso che mi sarebbe servita con il potente catadiottro. Prima il dovere e poi il piacere. Sparì senza notizia per due giorni.

Gli ordini erano chiari. Due punti andavano fotografati e documentati al mio rientro. Avevo poche ore di luna piena e i giorni erano stati pianificati con cura da parte del mio superiore.

Non so ancora dire cosa mi spingeva a farlo, non provavo nessuna emozione particolare. Nemmeno visitare posti nuovi, nuove lingue, programmi televisivi noiosi in lingua straniera, snack e bibite alle stazioni di servizio erano la migliore ricompensa nella mia vita di contractor.

Oggi mi sveglio presto con i denti serrati, ne ho anche frantumati un paio per il bruxismo, ricordando quello che ho fatto per somme di denaro e nessuna gloria se non in fascicoli di un archivio.

Studenti.

Parlando con altri studenti di medicina mi resi conto di quanto fosse più semplice concludere il corso di studi. Ora avevo la mia ragazza, una famiglia e una base. Dovevo solo rientrare per consegnare i rotoli da sviluppare e analizzare, mi sarebbero servite solo due settimane per descrivere quanto mi era stato richiesto. In quel paese erano presenti nostri connazionali solo per sfuggire a condanne penali mettendo soldi nel passaporto ai controlli di frontiera. Era forte il desiderio da parte di altre fasce sociali sane di entrare in quel paese per investire e produrre profitti legali con il commercio. Dopo circa quindici giorni decisi di rientrare, belli i monti, i castelli e il resto. Dovevo scusarmi con i miei genitori e recuperare qualche esame universitario.

Prima della partenza ero stato al matrimonio di un dottore già specializzato a ventotto anni, ecco avrei solo voluto diventare come lui e guadagnare soldi in maniera lecita. Non mi facevo scrupoli ma amavo le moto di grossa cilindrata che richiedevano molte spese oltre a quelle del garage dove riposavano fra una cavalcata ed un’altra.

Burrone.

Ero di rientro guidando da ore, era circa mezzogiorno e decisi di mangiare del pollo che il padre di lei mi aveva preparato, avevo il tettuccio aperto e la cintura allacciata, non obbligatoria ai tempi.

Mi svegliai con una strana sensazione nella schiena, tante pietruzze grattavano la mia povera schiena.

Mi rialzai e vidi che non avevo più il naso ma una enorme chiazza di sangue sulla camicia.

Un uomo tedesco corpulento con poco italiano mi diceva: ti ho salvato io.

Guardai al lato della strada, la mia fedele Polo aveva il frontale accartocciato, i sedili posteriori ribaltati e le valigie nell’abitacolo.

Ricordavo solo dei salti e la mia faccia che cozzava contro il manubrio, luce, buio, ancora colpi al volto e poi nient’altro.

Non ebbi altro tempo che arrivò un’ambulanza, fui portato all’ospedale mentre persi coscienza di nuovo.

Mi raggiunse mio fratello dopo pochi giorni all’ospedale in cui si occuparono di mettere a posto le ossa del naso.

Anni dopo mi raccontò che fu raggiunto al cellulare mentre era in barca con amici. Dopo le dimissioni andammo nel deposito a vedere i resti dell’auto e recuperare i bagagli.

Fu in quel momento che avevo deciso di farla finita con l’agenzia viaggi e di eliminare tutte le fonti di spesa extra.

Telegramma.

Sei serie di numeri, gruppi di cifre, fu confermato il buon lavoro e non si fece menzione della conclusione cruenta di cui mi resta solo una piccola cicatrice sul naso.

Nel frattempo altri due elementi avevano aperto una ditta di produzione software come copertura nella capitale Slovacca. Come al solito comunicavo usando la steganografia in messaggi facilmente reperibili con un computer ed un modem. Passare il tempo, le ore a codificare questi messaggi era la parte più noiosa. Esiste un primo messaggio che indica il luogo e l’ordine dei seguenti messaggi da decodificare, in seguito viene fornita la chiave di decodifica. Le prime lettere di ogni inizio frase secondo l’ordine della chiave. Roba molto semplice e poco romanzesca ma che non lasciava traccia alcuna.

Nel frattempo avevo dato cinque esami in una settimana, due nello stesso giorno anche. I voti non mi interessavano, forse nemmeno la facoltà. Oramai ero rivolto ai paesi dell’Est e destinato a spingermi sempre più ad est.

Vienna.

Nel quartiere Unterdöbling avevo ricevuto le chiavi di un buio appartamento, il pavimento in legno, il gabinetto in uno stanzino, niente bidet, un vecchio gatto con il campanello al collo.

Avevo una linea decente ed un Mac ultimo modello. Ho sempre rimpianto di non aver potuto imparare né l’austriaco e nemmeno il tedesco a fondo. Inglese, italiano, un po’ di russo, bastavano. Una vecchia auto mi consentiva di muovermi e raggiungere i miei contatti. Avevo un palmare con cui gestivo il calendario, posta e poco altro. Da lì raggiungevo Bratislava, lunghe file alla dogana, portavo sempre bottiglie di vino italiano per i due primi elementi dell’”ufficio” come ex militare riconoscevo i loro gradi ma non il loro abbigliamento.

Io in genere mi vestivo con abiti di seconda mano presso appositi negozi, l’unica cosa erano delle scarpe comode per le lunghe passeggiate. Amavo quella città per le fresche estati l’ambiente multiculturale e per Jonathan. Lui era capace, parlando in inglese, a trasferire le esperienze e le nozioni di un ex Stasi ad una giovane promessa come me. Eravamo agli opposti come ideologia ma dopo due boccali di birra le distanze diminuivano. Fu proprio lui ad avvertirmi che la mia ragazza slovacca era leggera e volubile nelle relazioni e di trascorrere quanto più tempo insieme a lei.

Così un bel giorno la chiamai e le dissi che sarei arrivato, in treno, nella sua città.

Catafalco.

I suoi genitori mi accolsero in casa e prepararono con dei mobili quadrati un letto singolo, il catafalco. Passavo le notti a parlare con lei, nessuna tecnica di profiling, parlavamo tutti e due velocemente e c’era molto di più del solito da condividere. Da mangiare non c’era nulla. La madre pranzava al lavoro e il padre comprava patate da cuocere con burro a dadini e uno strano sottoprodotto del latte venduto in buste. Io avevo provveduto a stendere un cavo telefonico sotto al tappeto fino alla presa e con una spesa irrisoria potevo collegarmi ad Internet per una mezzora per scaricare tutti i messaggi. Quelli erano il mio unico rapporto con la mia lingua. Avevo delle schede telefoniche con cui chiamavo i miei colleghi universitari ed una ragazza in particolare.

Furto.

Dopo una lunga dormita controllai i contanti che avevo in borsa, mancavano duecento mila lire, pensai ad un alleggerimento in treno ma ero l’unico nel vagone. La mia ragazza mesi dopo mi rivelò che spillava soldi dal portafoglio della madre e seppi che fine avevano fatto quelle due banconote. Riportare spese, fare note che nessuno leggerà mai era la parte tediosa dell’attività.

Avevo un nuovo portatile con CD-ROM, schermo a matrice attiva e una gigantesca stampante laser. La macchina fotografica era sempre pronta a scattare facevo tutto il rotolo di ritratti alla mia ragazza e un paio di foto strategiche. Una zona destinata alla demolizione di interesse urbanistico? Ripresa. Il nuovo addetto al protocollo dell’agenzia ungherese? Immortalato.

Guerra.

In quei mesi uscendo dall’Ambasciata italiana caricai in macchina un vecchio signore italiano reduce di guerra. Tutti i suoi commilitoni avevano fatto rientro in patria ma lui era rimasto lì.

Sul pavimento della sua casa in pieno centro c’era della segatura di legno. Aveva tre radio e un vecchio televisore, parlava un discreto slovacco con la mia ragazza e mi disse che il fratello in Italia cambiava auto ogni tre anni. Decisi di offrirgli una bottiglia di vino Primitivo nel caso, senza eredi, avesse voluto nominarmi nel suo testamento. Non lo sentii mai più.

Fu lui a dirmi che con la caduta del comunismo le aziende di stato furono vendute per cifre simboliche, due corone, a privati. Non tutto era stato spartito c’erano ancora grossi margini di guadagno.

Piscina.

Un giorno il padre della mia ragazza decise di portarmi in piscina, era marzo ma nevicava, colsi l’occasione per fare un po’ di moto e scaldarmi. Andammo con la sua Skoda, me la lasciava guidare dopo avermi rivelato il tasto nascosto per staccare la batteria, un economico antifurto. Io che stavo rimpiangendo il nostro mare mi buttai a bomba nella piscina frequentata da pensionati e giovani scolaresche. Cercai di nuotare a dorso ma l’acqua al cloro mi entrava nel naso, feci un’immersione e rientrai in superfice. Il moto mi aveva messo fame e al rientro andammo tutti da Pizza Hut. Finalmente arrivò un messaggio per la mia sostituzione. Avevo trascorso quattro mesi lontano da casa, sarei tornato e mi sarei andato a fare un bagno agli scogli. Avrei fatto piccole immersioni per catturare piccoli polipi e chiamato quella ragazza dai seni generosi e dal sorriso dolce che chiamavo spesso dalla cabina…

Aeroporto.

Sono a Vienna aspetto il mio aereo per Parigi, trascorrerò un mese di assoluto riposo, senza computer o altro a distrarmi. Foto ricordo, libri sulle bancarelle, spettacoli osceni, cos’altro c’è da fare io lo farò. Non avrò mai più l’occasione nella mia vita di trascorrere un periodo del genere.

Arrivato a Parigi i bagagli dei viaggiatori sono in ritardo, aspettando faccio amicizia con Vlad. Ex ufficiale dell’esercito che ha aperto un concessionario di auto nella sua città. SI stupisce delle mie poche parole in russo. Gli assicuro che provengono dai cd-rom Rosetta Stone e mi lascia il suo contatto nel remoto caso dovessi andare a trovarlo. Mi propone un brindisi ma a quei tempi non bevevo molto alcol. Il tempo non è dei migliori, non male come accoglienza. Nadine mi aspetta inzuppata con un vecchio ombrello. Parla un perfetto italiano in quanto professoressa di lingue.

Il suo appartamento, ultimo piano senza ascensore mi toglie il fiato per due motivi questo e per le finestre sulla città. Mezzo bicchiere di spumante e passiamo all’azione.

Anni dopo ci saremo risentiti, lei divorziata con due figli io separato con un figlio che non vedo da anni. Abbiamo trascorso una serata al mare di Saturo ad osservare il tramonto in silenzio. Mi stringe la mano e mi parla in francese. Non ho capito ovviamente nulla ma non scorderò mai le sue lacrime.

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